Tullio Kezich
Stallone ha scritto il romanzo e la sceneggiatura, ha fatto la regia, ha impersonato il protagonista e ha cantato la canzone Too Close to Paradise sotto i titoli. Figlio di quel tremendo quartiere di New York che si chiama Hell’s Kitchen, classe 1946, sullo schermo l’autore-attore torna esattamente al luogo e all’anno della sua nascita. Stavolta il suo personaggio è meno ingenuo di Rocky, anche se altrettanto buono: stracciato da far pietà, con i capelli lunghi e un orecchino al lobo sinistro, si arrangia a tirare avanti con i due fratelli. Di questi il più anziano, Armand Assante, è un volontario tornato storpio dalla guerra; l’altro, Lee Canalito, è un gigante tonto che ricorda Lennie in Uomini e topi. Un po’ per gusto competitivo e un po’ per i soldi, Stallone spinge il fratello muscoloso a fare il lottatore di «catch»; il terzo fratello, che intristisce facendo l’imbalsamatore di cadaveri, si rivolta contro questo tentativo di sfruttamento. Poi, per uno scatto di sceneggiatura abbastanza ingiustificato, Stallone incomincia a preoccuparsi che il fratello lottatore non esca dal ring troppo conciato, mentre lo storpio diventa un manager spietatissimo. La linea principale del racconto viene continuamente intersecata da vicende collaterali: la prostituta bionda che ama Stallone, e lo attende in silenzio, la taxigirl che ha un vecchio legame col fratello complicato, la banda di bulli agli ordini di una caricatura di Jarnes Cagney che minacciano botte e coltellate, il vecchio lottatore negro (l’attore, magnifico, è Frank McRae) che si butta nel fiume dopo un Natale di bagordi. Il film trabocca di una vitalità a buon mercato, che attraverso la sfilata dei bozzetti e delle macchiette produce uno spettacolo chiassoso.
Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori |