ROCKY III 1982 |
Giovanni Grazzini
Lasciammo Rocky Balboa campione del mondo dei pesi massimi, sposo e padre felice. Lo ritroviamo elevato al rango di idolo, ricco sfondato grazie alla pubblicità ma (si dice così?) prigioniero del proprio mito: Philadelphia gli ha persino dedicato un monumento, e Rocky, nel discorsetto di circostanza, ha garantito che non tradirà mai lo sport della boxe. Finito alla pari un incontro per beneficenza con un gigantesco campione di lotta libera, Rocky sarebbe invece disposto ad andare finalmente in pensione se il negro selvaggio Clubber Lang non lo provocasse, e se proprio Mickey, il manager fedele, non soltanto lo sconsigliasse d'accettare la sfida ma gli facesse capire che ha conquistato il titolo di campione del mondo grazie a un'accorta amministrazione degli incontri. C'è quanto basta perché Rocky, ferito nell'orgoglio, voglia battersi a ogni costo e cerchi di riacquistare la grinta degli anni migliori. Sicché si allena per il gran match col negro, ma senza sapersi sottrarre alle lusinghe della vanità. E il gran giorno gli capita un guaio: un grave malore di Mickey, che non può assisterlo sul ring. Per cui ne busca di santa ragione, perde il titolo (ma a Mickey morente fa credere di averlo conservato) e scoppia in lacrime. Per Rocky sarebbe davvero la fine se Apollo, il pugile battuto nella puntata precedente, non si offrisse di prendere il posto di Mickey per condurre Rocky alla rivincita. Benché il compito di Apollo sia impervio - il nostro, ormai ultratrentenne, non ha più né gli “ occhi da tigre ” né l'animo temprato - il traguardo viene raggiunto. Allenato con la musica dei pugili di colore in una modesta palestra di Los Angeles, alloggiato in un albergo di terz'ordine e rincuorato dai predicozzi della moglie, al Madison Square Garden Rocky riconquista il titolo contro le previsioni degli esperti. Apollo è raggiante: ora, seppure in “ amichevole ”, potrà sfidare il campione che lui stesso ha allenato, e avere la bella soddisfazione di prendersi a sua volta la rivincita...
Orchestrato con gli strumenti di prammatica (la vittoria della volontà virtuosa sulla ferocia dei bruti, la finale competitività cordiale fra bianchi e neri, l'elogio della famiglia e la forza d'animo delle nostre care compagne), il film mantiene le promesse fatte fin dal 1976 al pubblico popolare: d'uno spettacolo in cui l'arroganza atletica, con debito corredo di maschere sanguinanti, si incrocia col patetico in una struttura narrativa di ostentato semplicismo.
Confortata dal ritrovare gli stessi interpreti del passato (il nuovo venuto è Lawrence Tero, un celebre “ gorilla ”), la platea si emoziona e si diverte. Sempre più opaco come attore, Sylvester Stallone conferma il suo discreto talento di regista grazie soprattutto al forsennato montaggio degli incontri di boxe. Colpito dalla nemesi, il figlioletto di tanto virile campione già da bambino porta gli occhiali.
18 settembre 1982
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Tullio Kezich
Uno sguardo alla locandina ci rassicura: intorno al protagonista ci sono ancora tutti, la moglie Talia Shire, il cognato balordo Burt Young, il vecchio allenatore Burgess Meredith e Weathers tradizionale avversario. Musiche di Bill Conti, copione e regia di Stallone. Questa è pura e semplice iterazione del successo, merce confezionata di malavoglia sulle computerizzazioni delle ricerche di mercato. Cercando di tirar fuori ancora qualcosa della favola di Rocky, che è ormai un limone spremuto, il film non convince. Un negrone minaccioso e vociante, impersonato da un ex guardaspalle chiamato «Mr. T», snida il campione Rocky Balboa dal suo tranquillo paradiso di successo, lo trascina sul ring e lo mette ko al secondo round. Il vecchio allenatore Burgess Meredith muore per l’emozione, Rocky sembra finito ma ecco spuntare il rivale Carl Weathers. L’ex-campione nero si offre come nuovo allenatore, tira fuori dal pugile trentaquattrenne tutta la rabbia che ha in corpo («gli occhi della tigre!» ) e lo porta alla riconquista del titolo. Personaggi riprodotti con lo stampino, recitazione sindacale, interminabili allenamenti girati e montati nello stile di Carosello, situazioni che non stanno né in cielo né in terra come il match di beneficenza fra Rocky e un gigantesco lottatore chiamato Thunderlips. In Rocky III Stallone vive di rendita presentando all’incasso le cedole degli interessi, senza più entusiasmo né fantasia. Certo l’incontro finale è un buon pezzo di cinema, tirato allo spasimo: ma per arrivarci bisogna attraversare im deserto grigio.
Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori
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