Lietta Tornabuoni
Stallone nell'eccitante mondo cosmopolita delle corse automobilistiche, a Long Beach, Miami e Toronto, in Messico, Brasile, Australia, Giappone e in Germania dove piove sempre, a Detroit. In Driven di Renny Harlin, mistica, scaramanzie, ragazze, rivalità, energia. I corridori sono quasi tutti in tute rosse. La Ferrari neppure viene nominata (tra centinaia di marche varie, le più evidenti sono Mercedes Benz e Motorola), ma le auto sono quasi tutte rosse. Non manca il conflitto tra fratelli-coltelli. Il campione del mondo, insidiato da un giovane bravissimo ma instabile, è certo Beau Brandenburg, un tedesco come Schumacher che “non piace a nessuno, con la sua arroganza del cavolo”. Fanatismi, baci, applausi, schizzi di champagne. Stallone, che è pure coproduttore e sceneggiatore del film, si è riservato il personaggio da lui prediletto: un ex campione, ex eroe in ritiro, precipitato dalla gloria nel fallimento, che torna in campo per dimostrare che può vincere ancora un'ultima volta e anche per assistere il ragazzo campione in crisi e insegnargli sentenziosamente cos’è la vita e come si trionfa. Vince tutt'e due le sfide, si capisce. Ma il divertimento del film sta altrove: le corse furiose; le innumerevoli inquadrature di piedi altalenanti che premono o rilasciano l'acceleratore; gli incidenti spettacolari e terribili; le donne dure che affrontano l'amante corridore, “Se credi di essere migliore di me ti sbagli”; le immense folle di spettatori isterici. Momenti alti: una corsa rischiosa nel centro di Chicago, tra altre auto non da corsa; la breve presenza di Alesi, Montoya, Villeneuve; l'interruzione d'una gara essenziale, da parte dei campioni candidati alla vittoria, per salvare la vita a un collega che ha avuto un incidente e rischia di bruciare vivo. Le gare risultano molto meno noiose che in Tv, quindi è probabile che gli specialisti scoprano nel film errori clamorosi. Sylvester Stallone, con la faccia lisciata, i capelli corti e la sua eterna aria impermalita, va benissimo.
25 Agosto 2001
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